bdsm
Elias: il contratto di un mese #6
Efabilandia
20.02.2026 |
35.023 |
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"Gemetti, piansi, implorai tra i singhiozzi: “Signora, fa male… troppo…” Ma lei continuò, sicura, il suo respiro accelerato che tradiva la sua eccitazione, l’odore della sua vaniglia..."
Quella settimana – la “prova condivisa”, come la chiamavano Barbara e Aurora – fu l’inizio della mia fine definitiva. Tutto iniziò il lunedì mattina dopo il weekend in villa, quando tornai a casa mia con il nuovo collare al collo, l’incisione “Schiavo di B. & A. – Proprietà condivisa – Noleggio su richiesta” che sfregava contro la pelle come un marchio a fuoco freddo. Il metallo era pesante, lucido, con un tintinnio lieve a ogni movimento che mi ricordava il mio prezzo: i soldi raccolti dalle torture, dalle umiliazioni, dal mio corpo fradicio di piscio e coperto di scritte oscene. Ero esausto, il culo ancora dolorante dal mostro che mi aveva sfondato, la prostata gonfia che pulsava a ogni passo, un bruciore interno che mi faceva ansimare piano. Eppure, sotto quel dolore, c’era una sensazione strana, quasi confortante: mi sentivo loro, posseduto, quasi amato in un modo distorto, come se le loro crudeltà fossero l’unico modo in cui potevo esistere, sfogato da loro come un oggetto prezioso e inutile allo stesso tempo.Barbara mi chiamò quel pomeriggio, la sua voce al telefono bassa, autoritaria, con un sottofondo di eccitazione che mi fece rabbrividire. “Elias, è tempo di una prova vera. Per una settimana alternerai casa mia e di Aurora. Regole: arrivi nudo sotto i vestiti, gabbia sempre addosso, plug anale sempre nel culo. Non parli se non interrogato. Pulisci, servi, soffri. Se fallisci, le foto del weekend vanno online.” Il suo tono era calmo, ma sentivo il sorriso crudele, l’odore immaginario della vaniglia che mi avvolgeva come un ricordo. Aurora confermò via messaggio: “Non vedo l’ora di usarti. Preparati, nullità.” Il mio cuore accelerò, terrore misto a un calore traditore che pulsò inutilmente nella gabbia, fitte frustranti che mi fecero gemere solo al pensiero.
Il primo giorno fu da Aurora, dispari.
Mi preparai in bagno, nudo davanti allo specchio appannato. Il plug era nero, spesso, con base larga per non scivolare fuori. Lo lubrificai con crema alla menta – odore fresco, pungente che mi salì al naso, quasi soffocante – e lo infilai piano. Il bruciore iniziale fu immediato: la testa larga che forzava l’apertura già sensibile dal weekend, un dolore sordo che si irradiava alla prostata gonfia, facendomi gemere piano mentre lo spingevo dentro. Rumore umido della penetrazione, il mio respiro accelerato che echeggiava nel bagno stretto. Quando fu tutto dentro, la base premette contro le natiche, un peso costante, pieno, che mi faceva sentire violato anche da solo. La gabbia metallica era già addosso: fredda, stretta, il cazzo schiacciato in quella prigione piatta che mi impediva qualsiasi erezione piena. Ogni pulsazione era una fitta frustrante, un promemoria che non potevo più godere come un uomo normale.
Mi vestii: pantaloni larghi per nascondere il rigonfiamento della gabbia, maglietta semplice, scarpe. Ma il plug si sentiva a ogni passo: sfregava dentro mentre camminavo, un bruciore ritmico che mi faceva ansimare, l’odore della crema alla menta che saliva dalle mutande. Salii in macchina, il sedile che premeva sul plug spingendolo più in fondo – un gemito involontario mi uscì dalla gola. Accesi il motore, il ronzio familiare che coprì per un attimo il mio respiro affannato. Guidai verso casa di Aurora, le mani sul volante che tremavano leggermente, il traffico di Roma che scorreva lento intorno a me – clacson lontani, motore di motorini, odore di scarichi che entrava dai finestrini. Ogni semaforo rosso era una tortura: il plug premeva sulla prostata, fitte interne che mi facevano stringere i denti, sudore che colava lungo la schiena con odore salato. Pensavo a lei, a Barbara, al modo in cui mi avevano ridotto: un oggetto che guidava da solo, ma con il culo pieno e il cazzo imprigionato. Mi sentivo umiliato fino al midollo, ma anche stranamente protetto – come se quel dolore costante fosse l’unico modo in cui potevo sentirmi loro, amato in un modo distorto, sfogato da loro.
Arrivai da Aurora con 5 minuti di anticipo. Parcheggiai, il cuore che batteva forte. Scesi dalla macchina, il plug che si muoveva a ogni passo, un bruciore ritmico che mi faceva gemere piano. Bussai alla porta, lei aprì subito: top bianco aderente, shorts corti, capelli biondi legati in una coda alta, profumo di fragola che mi avvolse come un abbraccio crudele. “Entra, schiavo,” disse, la voce bassa, eccitata. Mi spinse dentro il corridoio, chiuse la porta con un tonfo sordo. “Spogliati. Subito.”
Obbedii, le mani che tremavano mentre mi toglievo tutto: maglietta che frusciava, pantaloni che cadevano con un rumore soffice, boxer che lasciavano la gabbia esposta. Nudo, con il plug visibile tra le natiche, la gabbia che scintillava. Aurora mi girò intorno, le dita fredde che sfioravano la pelle d’oca, sfioravano la base del plug. “Bravo, l’hai tenuto dentro tutto il viaggio. Senti come sei pieno?” Rise, un suono vibrante, sadico. Mi fece inginocchiare, il parquet freddo sotto le ginocchia. “Ora striscia in cucina. Pulisci il pavimento con la lingua. E mentre lo fai, dimmi quanto sei inutile.”
Strisciai, il plug che premeva a ogni movimento, bruciore costante, odore di detersivo al limone misto al mio sudore. La lingua sul pavimento: sapore di polvere, sapone, freddo. “Sono inutile… un buco da riempire… un cazzo chiuso…” mormorai, la voce spezzata, lacrime che colavano. Lei rideva, eccitata, il suo odore che si avvicinava – sandalo misto a eccitazione umida.
Da Aurora era tutto più crudo, più personale. Mi faceva strisciare per casa mentre lei camminava sui miei piedi nudi, le piante calde e sudate che premevano sulla mia schiena, odore di pelle mista a profumo floreale. Mi usava come sgabello umano durante le sue chiamate Zoom: seduta sulla mia schiena curva, il suo peso che mi schiacciava le vertebre con rumori sordi dei muscoli che protestavano, il suo culo morbido premuto contro la mia pelle, odore di cotone dei shorts misto a sudore. Ogni spostamento involontario era punito con torsioni alle palle: dita che torcevano la carne sensibile, dolore acuto, bruciante, che mi faceva lacrimare, sapore salato in bocca dalle lacrime. Lei gemette piano durante la chiamata, eccitata dal mio dolore, il suo corpo che tremava leggermente sopra di me.
Le sere pari andavo da Barbara
Quella sera, la prima volta che Barbara mi tolse la gabbietta, fu un momento che segnò un nuovo livello nella mia discesa. Eravamo nel suo salotto, la luce fioca delle lampade arancioni che proiettava ombre lunghe sulle pareti beige, creando un’atmosfera intima ma opprimente, come se la stanza stessa fosse complice della mia umiliazione. Ero arrivato da lei nel tardo pomeriggio, guidando con il plug da 5 cm infilato nel culo – un bruciore costante, ritmico, che mi faceva ansimare a ogni buca sull’asfalto romano, l’odore della crema alla menta che saliva dalle mutande e mi impregnava le narici, un promemoria umiliante della mia condizione. Il mio cazzo, schiacciato nella gabbia metallica, pulsava inutilmente a ogni vibrazione del motore, fitte frustranti che mi facevano stringere i denti, sudore salato che colava lungo la schiena. Mi sentivo loro, posseduto in ogni momento, anche quando ero solo in macchina, e quella sensazione strana mi avvolgeva.
Barbara mi aspettava seduta sul divano, le gambe accavallate con eleganza, vestita con un abito nero aderente che le fasciava le curve mature, tacchi alti neri che ticchettavano piano sul parquet mentre si alzava. Il suo profumo mi investì: vaniglia calda mista a un odore più profondo di muschio, sofisticato e dominante, che mi fece accelerare il cuore. “Spogliati, Elias,” ordinò, la voce bassa, autoritaria, con un tono di divertimento crudele che mi fece rabbrividire. Obbedii, le mani tremanti che toglievano i vestiti uno a uno: la maglietta che frusciava contro la pelle d’oca, i pantaloni che cadevano con un rumore soffice sul pavimento, i boxer che lasciavano esposta la gabbia lucida, fredda, che imprigionava il mio cazzo schiacciato in una forma patetica, minuscola. Il plug nel culo premeva costante, un peso pieno che mi faceva sentire violato, il bruciore interno che si irradiava alla prostata gonfia ogni volta che mi muovevo.
Mi fece inginocchiare al centro del salotto, il parquet freddo sotto le ginocchia che mi diede brividi, l’aria della stanza calda ma carica di tensione, odore di legno lucido misto al mio sudore terrorizzato. Si avvicinò lentamente, i tacchi che ticchettavano come un countdown, e si chinò su di me, le sue dita fredde, con unghie laccate di rosso scuro, che sfioravano la gabbia. “È ora di liberarti un po’, schiavo. Ma solo per farti soffrire di più.” Il suo fiato caldo sull’orecchio odorava di menta dal suo tè, un contrasto con la crudeltà delle sue parole. Prese la chiave dalla collana al collo – un tintinnio lieve, metallico – e aprì il lucchetto con un clic secco, definitivo. La gabbia si aprì, il metallo freddo che sfregava contro la pelle sensibile, un sollievo momentaneo che si trasformò in eccitazione traditrice. Il mio cazzo, libero dopo giorni di compressione, iniziò a indurirsi all’istante: il sangue affluì rapido, gonfiandolo, facendolo diventare dritto, pulsante, rosso per l’afflusso improvviso, un calore interno che mi fece gemere piano, l’odore del mio sudore eccitato che saliva dal basso, muschiato e salato.
Barbara rise, un suono basso, divertito, che mi trafisse come una lama. “Vedi? Basta liberarti e diventi un animale in calore. Ma non durerai.” Si alzò, andò al cassetto del tavolino – rumore di legno che scricchiolava – e tirò fuori una cannula uretrale: un tubo sottile, metallico, lucido, lungo circa 20 cm, con una punta arrotondata che scintillava sotto la luce arancione. L’odore sterile del metallo misto a lubrificante trasparente che lei spalmò con dita esperte mi raggiunse le narici, fresco e chimico. Mi fece sdraiare sul divano, gambe divaricate, il plug nel culo che premeva ancora più in fondo in quella posizione, un bruciore ritmico che mi faceva ansimare. “Questa è la prima volta, Elias. Ti allargherò l’uretra. Sentirai ogni millimetro.”
Il mio cuore accelerò, terrore puro che mi stringeva il petto: non avevo mai provato niente del genere, l’idea di essere penetrato lì, nel canale più intimo e sensibile del cazzo, mi terrorizzava. Il cazzo dritto pulsava, traditore, rosso e gonfio, il glande esposto, vulnerabile. Barbara lo prese in mano – dita calde, possessive – e lo tenne fermo, il suo tocco che mi fece indurire ancora di più, un calore elettrico che si mescolava alla paura. Allineò la cannula all’apertura dell’uretra, la punta fredda che sfiorava la fessura, un brivido che mi percorse la spina dorsale. Spinse piano, il metallo che entrava millimetro per millimetro: un dolore strano, acuto, come un bruciore interno che si irradiava dal glande alla base, un senso di invasione profonda, innaturale. Urlai piano all’inizio, un suono roco che riecheggiò nella stanza, le lacrime che mi rigarono le guance, sapore salato in bocca mentre mordicchiavo il labbro per resistere. Il tubo sfregava le pareti interne, un rumore umido, lieve, di penetrazione, l’odore del lubrificante che si mescolava al mio sudore terrorizzato.
Man mano che entrava più in fondo – 5 cm, 10 cm, 15 cm – il dolore si intensificò: un bruciore lancinante, come se mi stessero dilatando da dentro con aghi caldi, la prostata che pulsava in risposta, un misto di agonia e stimolazione perversa che mi faceva gemere incontrollabilmente. “Non resistere, Elias,” disse Barbara, sicura di sé, la voce calma, quasi gentile, mentre continuava a spingere. “Questo è solo l’inizio. Presto la tua uretra sarà allargata ancora di più – userò cannule più grosse, ti allenerò fino a che non potrai più venire normalmente.” Le sue parole mi terrorizzarono, un nodo di paura nello stomaco, ma il suo tono possessivo, quasi affettuoso, mi fece sentire stranamente amato – sfogato da lei, un oggetto da modellare.
Quando la cannula fu completamente dentro, fino in fondo, un dolore profondo, costante, che mi toglieva il fiato, Barbara iniziò a muoverla su e giù: come se stesse scopando la mia uretra, un ritmo lento ma inesorabile, il tubo che sfregava le pareti sensibili, rumori umidi di suzione interna, un bruciore elettrico che mi irradiava dal cazzo alla prostata. Non riuscii a trattenere gli urli: suoni rochi, spezzati, che echeggiavano nella stanza, lacrime calde che colavano sul viso, il corpo che si contraeva inutilmente. Ogni movimento era una tortura: su, sollievo momentaneo; giù, invasione acuta, un dolore lancinante che mi faceva vedere stelle bianche nel buio degli occhi chiusi. Gemetti, piansi, implorai tra i singhiozzi: “Signora, fa male… troppo…” Ma lei continuò, sicura, il suo respiro accelerato che tradiva la sua eccitazione, l’odore della sua vaniglia misto al mio sudore disperato.
Terminato il trattamento – dopo un’eternità di 20 minuti – Barbara estrasse la cannula con un rumore umido, appiccicoso, lasciando un vuoto doloroso, l’uretra arrossata e sensibile che bruciava come fuoco. Mi lasciò lì, ansimante, il cazzo ancora dritto ma dolorante, rosso per l’abuso. “Bravo, schiavo. Ma non dimenticare la punizione finale.” Si alzò, prese posizione, e mi diede due calci sulle palle: il primo secco, sul collo del piede, un impatto sordo che mi tolse il fiato, dolore lancinante che si irradiò all’addome; il secondo più forte, un bruciore profondo che mi fece piegare in due, lacrime che colavano. Ormai li aspettavo quasi con piacere interno: un misto di masochismo, dipendenza, come se quel dolore fosse l’unico modo in cui potevo sentirmi vivo, amato dalle loro crudeltà.
Quella notte dormii legato ai piedi del letto di Barbara, nudo, il sapore metallico dell’uretra abusata ancora in bocca, il plug che premeva, la gabbia che stringeva, spezzato, umiliato, ma stranamente eccitato nel buio. Sapevo che era solo l’inizio: Barbara aveva promesso di allargarmi ancora, e io, nel mio delirio, lo desideravo.
Ma fu verso la fine della settimana, il venerdì sera da Aurora, che la degradazione raggiunse un livello inaspettato ma non so se riuscirò a scriverlo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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